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I genitori di una adolescente con disturbi del comportamento alimentare raccontano la loro storia.

Genitori e Familiari insieme contro i Disturbi del Comportamento Alimentare

di Letizia Lampo.

(pubblicato su “Il Filo di Es” – 09 Giugno 2019)

Roberta e Giovanni raccontano la loro storia di genitori di una adolescente con disturbi del comportamento alimentare.
“Ci si sente soli, come se nessuno fosse in grado di intuire l’inferno nel quale si precipita. La paura di perdere nostra figlia, il rischio di vederla morire, di non poter fare nulla sono state le sensazioni che ci hanno più logorato intimamente”.

Essere genitori è qualcosa che implica così tanto da fare veramente una gran fatica a contenere le sue innumerevoli responsabilità.
Se poi sei genitore di una ragazza o di un ragazzo che vivono un disagio sul fronte del comportamento alimentare allora ti accorgi di quante incombenze ricadono sulla funzione più delicata che si possa immaginare.

Essere padre e madre di una ragazza che ha vissuto gravi disagi legati all’anoressia é la particolare situazione dalla quale partono Roberta e Giovanni. Tra i responsabili dell’associazione “Il filolilla”, da Palermo, hanno voluto raccontare la storia, piuttosto condivisa, del disagio alimentare guardando al contesto genitoriali.

Si, perché tanto si parla del dolore e della sofferenza di chi soffre di disturbi del comportamento alimentare, ma cosa se ne sa di ciò che vivono o genitori, di ciò che accade nella loro anima, nella famiglia tutta, delle emozioni, di ciò che si rimproverano o ciò di cui vengono rimproverati?


Giovanni e Roberta hanno trasformato la loro storia in una modalità di narrazione che desidera fare strada, tanta, affinché il fronte genitoriali non si trovi da solo e scoperto davanti all’anima della malattia alimentare. Loro l’esperienza della cura più delicata del mondo l’hanno vissuto sulla loro pelle, è sulla pelle della figlia, una giovanissima che a Villa Miralago, la struttura residenziale più grande d’Italia, ha trascorso ben dodici mesi. Questo tempo ha richiesto il disturbo alimentare prima di essere riconosciuto e battuto.

Raccontare questo tempo e quello che si trovano a vivere attualmente Roberta e Giovanni porta in scena i mille dubbi e paure di molte altre famiglie che si trovano a fronteggiare cambiamenti comportamentali dei propri figli che proprio non riescono a capire: risolutezza nel non voler mangiare, gesti ripetitivi e minuziosi verso il cibo, perdita del desiderio e della voglia di vita, riduzione esagerata del peso corporeo. Sono solo alcuni dei segni che si concretizzano davanti ai propri occhi e spesso si accompagnano ad una gran fatica nel riconoscere che forse c’è qualcosa che non va e che questo qualcosa che non va non può essere attribuito all’età o ai condizionamenti dei coetanei.

“Quando siamo riusciti ad ammettere a noi stessi che mostra figlia stava male – ha sottolineato Roberta – l’intera famiglia è sprofondata in un abisso dal quale non si immaginava di poter uscire. In quel lungo periodo l’incontro con altri genitori che praticano lo stesso disagio ha avuto un grande effetto terapeutico. Ci ha fatto sentire meno soli e persino compresi”.

Si, perché tante volte la questione del disturbo alimentrare viene giudicata semplicisticamente… sembrano esagerazioni, questioni che si possono chiudere con “un po’ di buona volonta”. Che si stia parlando di un disagio psicologico grave e compromettente sono pochi a sapere.


“Ci si sente soli – dice Giovanni – come se nessuno fosse in grado di intuire l’inferno nel quale precipiti. La paura di perdere mia figlia, il rischio di vederla morire, di non poter fare nulla sono state le sensazioni che mi hanno più logorato intimamente”.

Il lavoro di condivisione e di incontro con altre famiglie ha permesso il riconoscimento della natura collettiva del disagio e il suo superamento. Ogni genitore che ha potuto raccontare la sua storia l’ha vista rispecchiare in quella degli altri. E da questi piccoli cenni di comprensione che la natura umana lascia spazio alla guarigione.


“C’è bisogno di parlare. Occorre che i genitori facciamo rete – hanno concluso – è questo per permettere al sintomo di non trovarsi compiacenti. Non è una questione di mia figlia. È nostra. E di tutta la famiglia. Questo è essenziale e ribadisce l’importanza della associazioni di e per le famiglie. Fare gruppo, azione mirata permette di far circolare idee ed informazioni. Anche questa è prevenzione”.

Giovanni e Roberta sperano di costruire gruppi itineranti di genitori che si incontrino
periodicamente per parlare di loro e dei.loro figli. Lo vogliono fare in associazione con i quattro centri Ananke, centri ambulatoriali di cura per i disturbi alimentari, di Palermo, Siracusa, Catania e Gela. Sono progetti preziosi questi. Aprono spiragli e gli spiragli fanno un gran bene a chi dal buio si sente schiacciato. Anche quando questo buio si chiama anoressia.

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