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Un fiocchetto un po’ più lilla

Genitori e Familiari insieme contro i Disturbi del Comportamento Alimentare

Ciao, mi chiamo Arianna, mi chiamo Sara, mi chiamo Thomas, mi chiamo Chiara, mi chiamo Lorenzo, mi chiamo Marta, mi chiamo Martina, mi chiamo Serena, mi chiamo Alyssa, mi chiamo Marina, mi chiamo Sofia, mi chiamo Federica e soffro di un disturbo del comportamento alimentare (anoressia nervosa, bulimia nervosa, binge eating, puring disorder, fagofobia, ortoressia, disturbo da ruminazione, chewing and spitting; scegline uno, se vuoi anche due, oppure tutti, tanto io li ho vissuti sulla mia pelle e il mio stomaco uno ad uno).


Sono qua perché voglio spiegarti il motivo per cui il monumento della tua città si è illuminato di lilla: il 15 marzo è la mia giornata, voglio farti sapere come si comporta questo mostro che mi accompagna, voglio che venga riconosciuto come una malattia a sé stante. Non tollererò più udire che il mio è solo un capriccio, un modo “strano” per attirare l’attenzione; questo è un demone che ti vieta di mangiare, che ti obbliga ad infilarti due dita in gola fino a vomitare tutto ciò che avevi ingerito, fino a non avere più nulla nello stomaco, che ti tiene maniacalmente compagnia ventiquattro ore su ventiquattro costringendoti a contare tutte le calorie che assumi (se no te le fa rifiutare), che per disperazione ti permette di masticare un buonissimo biscotto al cioccolato, ma che tu non puoi meritare e quindi te lo fa sputare.


Ora, però, desidero portarti in una mia tipica giornata, in quanto voglio che tu capisca che questo non è un gioco: mi alzo alle nove del mattino, dopo che la casa profuma di silenzio e solitudine, e fino alle tredici cammino per i campi dietro casa a stomaco rigorosamente vuoto sotto il sole che penetra nelle mie ossa ricoperte da sola pelle. Quella vocina macabra mi riporta a casa e si impone nella mia anima facendomi mangiare un pacco di biscotti, tre panini con formaggio ed affettati, un piatto di pasta al burro; devo correre in bagno, così mi infilo due dita in gola provocandomi un lieve conato, capisco che serve mettermi in bocca la mano intera e finalmente vomito; ripeto questa meccanica procedura fin quando lo stomaco non ritorna vuoto. Finalmente regna di nuovo il silenzio. Vado in cucina e come se non fosse successo nulla, con gli occhi gonfi dallo sforzo, l’odore acre che rimane nel naso, preparo il pranzo a mamma che dovrebbe tornare a breve dal lavoro. Appena arriva le dico che prenderò il bus per andare a studiare da un’amica, invece andrò a piedi perché sicuramente qualcosa dell’abbuffata fatta stamattina non è stato eliminato. Cammino, calcolo il numero dei passi e le calorie da bruciare, forse berrò dell’acqua sperando non mi faccia sentire troppo gonfia. Studio al bar alla fine, nessun’amica, era tutta una scusa; qua decido di prendere sette caffè al ginseng bevuti uno dopo l’altro, in questo modo riesco, forse, a concentrarmi per più della mia solita mezz’ora.


Dopo un paio di ore mi rimetto lo zaino in spalla e a piedi percorro i dieci chilometri che mi riportano a casa. È l’ora di cena e mia mamma mi osserva minuziosamente con il solito sguardo disperato, saranno le ossa delle scapole che la spaventano, oppure le occhiaie marcate. Non lo so ma il suo modo di preoccuparsi mi innervosisce così tanto che comincio ad urlarle contro, non capisco nemmeno io in fondo perché mi abbia fatto “scattare”.


Perché? Perché prova tu a fare questa vita, ad assecondare quella maledetta vocina, ad essere lucido solo se prendi gli psicofarmaci, a non avere forze fisiche né tanto meno mentali per poter condurre una vita normale, avere i parametri vitali al limite e non riuscire a far sparire quel demone che non ti lascia mai tregua. Dopodiché prendo le gocce per calmarmi, finalmente un po’ annebbiata mi rilasso, mi faccio la doccia e vado a dormire perché sono stanca, stanca di tutto quello che mi circonda, stanca di lottare in questa guerra da sola.
Durante la notte sudo, ho i brividi di freddo, il mio cuore denutrito ed affaticato, la mancanza di potassio e sodio lo lasciano arrendersi, il mostro mi porta via con sé, staremo maledettamente sempre insieme… Così si fece silenzio, per sempre.


Mi chiamo Arianna, mi chiamo Sara, mi chiamo Thomas, mi chiamo Chiara, mi chiamo Lorenzo, mi chiamo Marta, mi chiamo Martina, mi chiamo Serena, mi chiamo Alyssa, mi chiamo Marina, mi chiamo Sofia, mi chiamo Federica e questa mattina, all’età di 21 anni, i miei genitori mi hanno trovato morta perché soffrivo di un disturbo del comportamento alimentare e nessuno è riuscito a salvarmi, nessuno ha capito che ero malata, sono morta con le urla dei demoni dentro la mia anima e fuori c’era un silenzio assordante.

Villa Miralago (Centro per la cura D.C.A.), Cuasso al Monte (VA), 15 marzo 2021

Arianna Tanzariello